Scambio di Coppia
Opening Party al Bolero - Parte 8/8
giorgal73
04.05.2026 |
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"Lei annuisce, mi punta addosso un dito impiastricciato di mascara, e promette: «Ti faccio uno squillo io, giuro..."
***Premessa***Questo racconto è rimasto a riposare nel mio cassetto virtuale per qualche mese, come una bottiglia di buon vino che aspetti il momento giusto per stapparla e assaporarla lentamente. I fatti risalgono a settembre 2025, ma tra un racconto e l’altro mi sono lasciato distrarre, rimandando la conclusione come si fa con i piaceri più intensi.
Vi chiedo scusa in anticipo per la lunghezza: ormai mi conoscete, sono quello che ama perdersi nei dettagli, soprattutto quando si tratta di storie vissute sulla pelle, con tutti i loro colori, profumi e vibrazioni autentiche.
Fatevi coraggio, leggete tutte le 8 parti senza fretta. Commentatele con sincerità: mi piace scoprire cosa ha acceso la scintilla della vostra fantasia, fatto accelerare il battito o risvegliato desideri che dormivano quieti.
E se poi qualche fanciulla o coppia di larghe vedute (anzi, di vedute ampie e coraggiose) avesse voglia di condividere un po’ di tempo con me in qualche club… anche solo platonicamente, (capisco che potrei non essere il vostro tipo), eh… io non mi tiro indietro.
Mai! Anzi, sono già pronto a nuove avventure, con il cuore che batte un po’ più forte solo all’idea.
Pronti? Allora lasciatevi avvolgere dalla lettura.
*** Parte 8 di 8 ***
Monica la incita, le accarezza la schiena, le sposta i capelli da un lato, la bacia dietro il collo; il marito osserva e si morde il labbro, evidentemente eccitato dalla scena, e io sono una scheggia impazzita tra questi tre mondi che si intrecciano, ognuno con la propria fame e la propria legge. Luisa chiede più, sempre più, e ogni volta che spingo lei mi accoglie senza esitazione, quasi volesse divorarmi vivo da dentro.
Alla fine, quando sento che sto per perdere la testa, Luisa si volta indietro, mi guarda con gli occhi di chi ha appena vinto una battaglia, e mi dice: «Così, bravo, dammi tutto.»
Non posso più trattenermi, la sensazione di essere attraversato da una corrente elettrica, la pressione che sale dal ventre e risale lungo la schiena. Little Joe è risucchiato nel culo di Luisa, che adesso duella con i miei movimenti, li rilancia, li provoca, li accelera; la percepisco stringersi intorno a me fino quasi a farmi male, e proprio quello spigolo di dolore mi spinge a insistere, a picchiare più fondo, a dimenticare per un istante ogni rispetto per la carne.
Non esiste più niente al di fuori della carne, del percussivo piacere che mi fa battere i denti, del suono sordo che la carne produce ogni volta che le natiche di Luisa incontrano il mio bacino. Mi sembra di poter andare avanti ore, giorni, finché avrà senso farlo, finché il mio corpo reggerà la battaglia che lei ha chiesto e che io non so come negarle.
Poi, all’improvviso, Luisa cambia tono: si lascia andare in un urlo squillante, mi prende una mano e la porta fra le gambe, mi ordina di toccarla, di farla venire come in un film porno. Monica mi guarda, poi mi sorride come se le avessi fatto il regalo più bello del mondo, e per un attimo la distanza tra noi si annulla e capisco che cosa volessero: volevano la presenza, volevano il segreto di uno sguardo maschile che accompagna e certifica il loro desiderio. Infilo due dita nel sesso di Luisa mentre continuo a martellarle il culo, e la sento esplodere all’istante, stringere il pugno con una forza che mi taglia quasi la circolazione.
Sento la scarica ripercuotersi sulle gambe, le cosce che fremono contro il mio avambraccio, la schiena che si fa di marmo, il sangue che pompa in testa e nelle tempie e nei polpastrelli. Vengo, anzi mi sembra di venire in loop, a raffiche, prima lento e poi in una serie di spasmi che non finiscono più, le dita di Luisa che si piegano come artigli e mi graffiano la carne. Resto dentro di lei fino a che non mi sento letteralmente svuotato, un bozzolo di sudore e sperma e vergogna che però, stavolta, non ha più niente a che vedere con il senso di colpa.
Sento le voci nella testa che mi abbandonano una dopo l’altra, come un corteo di api che ha trovato finalmente le scale di servizio per uscire dal cranio. Rimango fermo, ancora infilato in Luisa, con la sensazione che tutto il sangue del corpo mi sia precipitato nei polsi, nelle tempie, fino a lasciarmi vuoto come un palloncino bucato. Le ragazze mi fissano: Monica ha la faccia di chi ha appena vinto una scommessa al bar e ora non sa se ridere o offrire da bere al perdente; Luisa invece si lascia cadere sul letto, senza più forza, ma con il sorriso rude e fiero di chi ha ottenuto esattamente ciò che voleva. Per un attimo ci guardiamo tutti, come reduci di una guerra che non sappiamo se sia stata vinta o solo combattuta, e in quell’istante di silenzio sento il bisogno disperato di un ritorno alla normalità, a qualcosa che somigli anche solo vagamente a me stesso.
Tiro fuori la voce dal mucchio: «Ragazze, grazie, serata spettacolare, ma ora veramente vi saluto!» Sento la bocca impastata, ma lo dico lo stesso, come se a pronunciarlo fosse uno che mi assomiglia solo vagamente. Monica si solleva a sedere, tira su le ginocchia e le avvicina al petto, lo sguardo che passa dall’ironico al tenero in una manciata di secondi. «Addirittura te ne vai subito?», butta lì, quasi le dispiaccia davvero. Luisa, ancora stesa di schiena, allunga una gamba e mi colpisce leggermente la coscia col piede, come se stesse testando la mia solidità residua o semplicemente non tollerasse che saltassi il giro dei saluti.
Mi sgranchisco le braccia, cerco i vestiti sparsi in giro per la stanza; la camicia è finita sui piedi del letto, i boxer ancora impigliati in una caviglia. Con le mani tremanti mi rivesto, sentendo addosso le dita di Monica che mi seguono sulla schiena, sfiorano le scapole, quasi a trattenere l’odore della serata prima che svanisca.
Sono le tre del mattino e tra poco il locale chiuderà. Mi guardo attorno per cercare Beatrice e la trovo sul divanetto davanti al distributore dell’acqua seduta insieme a Roberto.
Beatrice sembra appena tornata da una guerra combattuta sul fondo del mare; la pelle chiazzata di sudore brilla in modo sgraziato sotto le luci a basso voltaggio, la frangia le si è appiccicata alla fronte e i capelli, impiastricciati tra colla per extension e liquidi vari, sembrano una parrucca rubata a un fantasma. Il trucco, che solo due ore prima aveva la precisione di un affresco secessionista, ora cola in strisce sbilenche fino ai lati della bocca; le ciglia sono due zattere alla deriva, e l’ombretto sulle palpebre si è ritirato nel tentativo di salvare la dignità. Ma è lo sguardo a colpirmi più di tutto: gli occhi non sono spenti, sono come piantati da qualche altra parte, a metà tra la frontiera del sonno e la memoria di quello che è successo. Sembra seduta dentro una bolla temporale dove il tempo si è fermato, e solo la musica del locale - ora bassa, quasi un’eco - riesce a trapelare, come acqua che filtra sotto una porta chiusa male.
Mi avvicino al divanetto con una cautela che sfiora la tenerezza. Mi inginocchio per mettermi all’altezza dei suoi occhi e le parlo con voce bassa, quasi temendo di infrangere il vetro della sua trance: «Tutto bene, Bea?» Dal modo in cui mi guarda - un misto di affetto e di ironia, come se sapesse da sempre che ci saremmo trovati proprio qui - capisco che la domanda è superflua, eppure lei si prende il tempo di rispondermi davvero: «Sì, sto una bomba… solo un po’ svuotata, come dopo una notte di Capodanno.» Sorride, ma è un sorriso che non ha più bisogno di compiacere nessuno; la bocca è gonfia, slabbrata, e il rossetto è migrato ai bordi come se volesse allargare il territorio della sua presenza nel mondo. Roberto, seduto accanto a lei, le tiene una mano sulla coscia con il tatto di chi ha appena conquistato un’isola e ora sta studiando le correnti per capire come non farsela portar via. Nel suo sguardo c’è una specie di rispetto antico, come se la fragilità di Beatrice gli avesse finalmente mostrato qualcosa che la prodezza non sapeva dire.
Mi viene spontaneo chiederle se sia sicura di stare bene, se non abbia preso troppo, se regge il post-qualcosa che sembra piegarle la schiena. Lei alza le spalle, si sporge verso di me, e mi sussurra con la voce roca delle confessioni: «Non mi sono mai sentita così, te lo giuro. Se domani mi sveglio e ho le gambe, è già un miracolo.» Ridiamo, insieme, e per la prima volta da quando l’ho conosciuta sento che non sta recitando, non sta mettendo in scena la parte del personaggio irresistibile; è solo Beatrice, sbrindellata ed esausta, esattamente come doveva essere.
Mi rialzo, la sfioro appena sulla spalla nuda, e le dico che ora vado davvero, che domani ho una giornata da incubo, ma che se vuole mi può chiamare anche solo per insultarmi. Lei annuisce, mi punta addosso un dito impiastricciato di mascara, e promette: «Ti faccio uno squillo io, giuro.» Poi aggiunge, più piano, quasi per sé stessa: «O magari mi faccio viva solo quando ho qualcosa di vero da raccontarti.» La frase mi resta addosso come un vestito troppo largo, ma anche perfetto.
Mentre mi allontano sento il tavolino tremare a causa di una risata improvvisa; Beatrice e Roberto si guardano come due sopravvissuti che non sanno ancora se la notte sia stata una vittoria o solo una tregua. Attraverso la piccola folla che si sta sciogliendo ai bordi del locale, recupero le ultime forze, mi infilo la giacca, e per la prima volta sento che tutto quello che è successo non basterà a distruggermi. Ma forse - e questa è la rivelazione più inattesa - non era mai stata quella la posta in gioco.
Esco dal locale con la sensazione di aver lasciato lì qualcosa che non mi apparteneva più, e capisco che forse era quello, il vero saluto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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